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Il pettine e i nodi

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Il pettine e i nodi

Il voto di protesta che Grillo e Casaleggio hanno saputo canalizzare verso il proprio movimento è un fenomeno degenerativo della politica e non certamente la sua cura.

Al contrario, la retorica del “politicamente corretto” ci racconta che è il Movimento che sta mostrando la corda mentre le intenzioni dell’elettorato sarebbero sempre pure e giustificate.

Nessuno si sogna di mettere in discussione la legittimità e liceità della preferenza accordata ai Grillini, è però altrettanto lecito e legittimo cominciare a fare un bilancio per valutare se a tale azione, che alcuni ci gabellavano come la panacea di tutti i mali, è corrisposto un beneficio reale per le sorti del Paese. L’atteggiamento sostanzialmente distruttivo che, sulla presunta pressione della rete, il Movimento sta tenendo sulle candidature al Quirinale combinato alla delusione che Casaleggio ha indotto nella platea in occasione dell’incontro di Torino, sono un ulteriore stimolo. Il Bilancio che può partire anche dalle voci favorevoli: certamente il quadro e il personale politico sul quale il “grillismo” infierisce era ed è in uno stato di palese putrefazione; certamente nel “programma” politico del M5S vi sono degli spezzoni di verità che è difficile negare (e nessuno qui lo vuole fare, anzi, andrebbero analizzati con maggiore attenzione); certamente fra gli eletti vi sono persone all’altezza delle attese che l’elettorato ha riposto in loro.

Per contro, nulla sembra andare per il verso giusto e qualcuno sta cominciando a porsi delle domande, non ultimi quei piccoli imprenditori che ieri a Torino non sono certo rimasti soddisfatti delle utopie neo-mediatiche che il Casaleggio nazionale ha fornito come risposta alle loro concretissime domande. Conosco due facili obiezioni: è colpa dei “vecchi partiti” che fanno ostruzione, è passato troppo poco tempo per giudicare. Entrambe hanno un fondo di realtà. Gli arroccamenti a tutela di rendite di posizione politica sono palesi, specialmente a sinistra, e il lavoro è appena agli inizi, anzi, fatica perfino a partire. Le mie preoccupazioni, però, non riguardano il “non fatto” ma il clima politico generale che il M5S e i suoi rappresentanti e sostenitori stanno contribuendo a creare e che rischia di travolgere tutto, compreso lo stesso M5S.

In particolare mi riferisco ad alcune serie di episodi che vedo accadere sempre più spesso e che hanno finito per occupare una gran parte dello spazio del dibattito politico. La prima serie riguarda l’attenzione ai costi e ai privilegi della classe politica. La parte vera è che si erano raggiunti livelli indegni di spreco e di sprezzo per il denaro dei cittadini. Io però non sono affatto sicuro che la doverosa moralizzazione del fenomeno passi per le intere pagine di giornale dedicate a quello che in Sicilia usa l’auto blu e a quell’altro che mangia i fagiolini al ristorante della Camera anziché le patatine alla mensa. Se si vuole risanare la politica di questo paese nell’ottica del beneficio per i cittadini bisognerà prima o poi riflettere anche sul criterio di “produttività reale” della classe politica, anche quella grillina, visto che c’è. La preoccupazione è che questo tipo puritanesimo formale rischi di coprire l’immobilismo totale del sistema-paese. Mentre tutti quanti sanno del problema dei fagiolini del Parlamentare grillino, il solito Governo Monti stava per far passare, bellobello, l’idea che finalmente lo Stato avrebbe pagato ( con molte incertezze e distinzioni ) i debiti verso le aziende, finanziandolo con l’aumento delle aliquote di imposta sul lavoro dipendente e sulle aziende medesime. Lo dico senza vergogna: se qualcuno dei “rappresentanti del popolo”, di qualunque partito, lavorasse seriamente durante la giornata per rendere possibile l’impresa in Italia, poi, nell’intervallo di pranzo, i fagiolini novelli li offrirei io, pure con il parmigiano sopra, anzi, li servirei al tavolo. In altre parole la domanda è: ci costa meno un Parlamento a pane e acqua che però non combina nulla per mesi, paralizzato dal controllo delle note spese, o un Parlamento che, nel doveroso rispetto di una imprescindibile ma realistica morigeratezza, prende qualche provvedimento per il bene comune? Fra il politico al toga-party con la maschera del maiale e il Francescano scalzo che mendica il tozzo di pane non sarebbe per caso meglio auspicarsi la via di mezzo del normale politico, con un normale stile di vita consono alla funzione, che rappresentasse un minimo l’interesse vero e reale dei cittadini anziché continuare a massacrarli di tasse come e più prima dopo aver mangiato rigorosamente al fast-food? E’ certamente più facile solleticare l’atavica invidia sociale per le classi dirigenti, oggi anche giustificata, piuttosto che impostare un serio piano di riduzione della spesa che elimini gli abusi preservando il decoro non tanto dei soggetti quanto delle istituzioni che essi rappresentano temporaneamente. Se i campioni dell’antipolitica oggi hanno buon gioco non è certamente per una caso. In realtà è questa la vera colpa, più del furto eventualmente perpetrato, dei tanti Fiorito e Lusi della politica italiana: l’aver travolto con il ridicolo della propria bulimia personale la credibilità del ruolo che erano chiamati a svolgere, l’aver sepolto il decoro della carica sotto chili di colesterolo e trigliceridi, l’aver reso degli eroi i buffoni che sputano su quelle istituzioni per le quali altri, prima e dopo di loro, hanno dato il sudore e, a volte, anche il sangue.

L’altro fenomeno pandemico attorno al quale il grillismo sta avvitando se stesso e l’intero paese è la “sindrome della trasparenza”. Non sono affatto contrario all’uso delle tecnologie di rete per favorire la partecipazione dei cittadini alla vita politica ma sono fermamente convito che la politica e la democrazia non siano riducibili esclusivamente streaming e social network. Credo, oltretutto, che la mania della diretta non sia stata pensata da Casaleggio come uno strumento di semplice trasparenza ma di controllo, illuminato e poliziesco insieme, all’interno di un’utopia ideologica secondo la quale il governo coincide con la rete. Una dimensione esoterica e messianica del Movimento che pochi considerano e che rischia di fare più danni di Fini e Casini messi insieme (e non voglio minimizzare la perniciosità di questi ultimi!). Chi volesse approfondire il tema consulti l’intervento di Massimo Introvigne sul nostro canale youtube. Anche volendo trascurare il significato ideologico dell’argomento, restano le considerazioni pratiche. Nessuno “vive” in streaming, neppure un politico: se uno vuole può dire e raccontarsi ogni sorta di inciucio quando l’onnipresente telecamera è fuori linea. La soluzione per un corretto rapporto tra elettore ed eletti non è certamente quella di mandare in Parlamento qualcuno e poi, siccome si ha il sospetto di averci mandato un incapace o un delinquente, passare la giornata a controllarlo tramite la webcam. Potrà sembrare utopistico con l’aria che tira ma occorre che, ciascuno per la sua parte, si ristabilisca un rapporto minimamente fiduciario nella rappresentanza altrimenti si rischia di schiantarsi contro un’utopia ben più pericolosa: quella di una democrazia diretta filtrata dalla rete. Già se ne vede qualche accenno: io continuo a vedere parlamentari M5S che passano una bella fetta del proprio tempo su Facebook a chiedere scusa ai propri elettori (in realtà ai maggiorenti del movimento ) per la qualunque cosa. Scusa per non aver salutato la Bindi, scusa per essersi definito Onorevoli, scusa per essersi addormentati. Ma le scuse agli italiani per aver permesso che a due mesi dalle elezioni non ci sia ancora uno straccio di governo nessuno sente il bisogno di farle? E le scuse perché si lascia impunemente ticchettare il tassametro (in senso letterale) di Monti, dove sono?

L’inconcludenza solipsistica con la quale il M5S, dopo aver fatto carte false per entrare al bordello, vuole preservare la verginità di Sansone a costo della morte di tutti noi poveri filistei diventa ogni giorno più evidente e su questo dovrebbero ragionare quei tanti elettori di destra che hanno votato per Grillo illudendosi, un po’ ingenuamente, che dietro il disfattismo del comico si celasse il senso della Stato di Cicerone. Mi spiace, io non riesco a vedercelo.