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L’area che non c’è

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L’area che non c’è

A qualche settimana dalla tornata elettorale nazionale e dopo un congruo tempo di metabolizzazione delle sorprese che le urne ci hanno riservato sembra giunto il momento per qualche riflessione che, partendo dai dati, guardi al presente e al futuro della destra politica in Italia. Questo versante dello schieramento politico si è proposta all’elettorato con una serie di partiti che, a vario titolo e con diverse sfumature, si candidavano a raccogliere l’eredità politica e il patrimonio elettorale del MSI o di Alleanza Nazionale ai quali si potrebbero aggiungere, con una piccola forzature, alcuni movimenti ( non credo gradirebbero la definizione di partito ) come Forza Nuova o CasaPound esponenti di un filone di una destra maggiormente “antagonista” rispetto al sistema politico tradizionale. Per chiarire le realtà e le quantità in gioco vediamo riassuntivamente qualche dato sintetico riferito alla Camera esclusa la valle D’Aosta : Fratelli d’Italia (1.95 %-665.000 voti), La Destra-Storace (0.64 %-219.000 voti), Forza Nuova (0.26 % 90.000 voti ), CasaPound (0.14%-47.000 voti), Fiamma Tricolore (0.13%-44.000 voti), Rifondazione Missina (0.0% 3.178 voti), Progetto Nazionale (0.0%-2.865 voti). Da qui partiamo per affrontare alcuni concetti.
 
Secondo alcuni queste forze andrebbero a costituire un’area ideale che, qualora si presentasse unita, potrebbe essere la “casa di tutte le donne e gli uomini di destra in Italia”. Sommando aritmeticamente le cifre riportate sopra otteniamo poco più di 1 milione di voti e una percentuale comune media del 3.12 %. Qualcuno, particolarmente orientato al bicchiere mezzo pieno, potrebbe vedervi la conferma di una potenziale presenza nelle istituzioni politiche. In realtà non credo che questa posizione, che vedo sostenuta da persone per le quali nutro la più grande stima, sia corretta. In politica, specialmente nella politica italiana, le somme aritmetiche non rappresentano mai il reale e a mio modestissimo parere, il beneficio propagandistico noon sarebbe sufficiente a compensare gli svantaggi. Non ho mai fatto mistero della mio scetticismo nei confronti delle teorie dell’unificazione dell’area : la ritengo impossibile e, quand’anche fosse, inutile se non addirittura dannosa.
In primo luogo la ritengo impossibile. Chiunque abbia un minimo di famigliarità con le sigle citate si rende immediatamente conto che stiamo parlando di realtà, persone, storie e, diciamola tutta, anche idee che definire diverse sarebbe eufemistico : non sono partititi diversi, sono pianeti. Elencando i candidati leader proposti da queste forze nelle ultime elezioni troviamo nell’ordine : Silvio Berlusconi, Roberto Fiore, Simone Di Stefano, Luca Romagnoli, Raffaele Bruno, Piero Puschiavo. Invito chiunque a fare un giro di opinioni per verificare cosa pensano i sostenitori di ciascuno di questi leader del candidato di quello che dovrebbe essere ora il vicino di casa e, in futuro, il coinquilino. La natura stessa dei movimenti coinvolti è opposta : si va da forze nate dal sistema e che al massimo si propongono per riformarlo ad aggregazioni che fanno della lotta radicale al sistema la propria bandiera e del suo abbattimento la ragion d’essere. Ci sono realtà che nascono con lo scopo esplicito di perpetuare l’esistenza politica di classi dirigenti consolidatesi altrove e quelle che interpretano la candidatura come mera testimonianza di uomini in piedi in mezzo alle rovine. Si va dagli ex-UDC agli ex-Ordine Nuovo. Dalla visione economica liberale, passando per quella socialista per arrivare all’espropriazione “non conforme”. Da coloro che vogliono stampare più euro a coloro che vogliono ristampare la lira a chi teorizza l’abolizione della moneta. Perfino sui “valori non negoziabili” della vita, della famiglia, della libertà di educazione troviamo chi pone l’abolizione della legge 194 in testa alla propria agenda politica , chi ritiene che debba essere modificata , chi, invece, almeno per bocca di qualche responsabile, ritiene l’interruzione di gravidanza “un diritto delle donne”.  Chi si vanta di essere indicato come “omofobo” e chi, pur di non essere tacciato di omofobia, apre al riconoscimento delle coppie gay. Lo stesso concetto di Nazione e Patria, pur costituendo uno  dei maggiori leganti, vede tra le file dell’area i fanatici del risorgimento e i suoi più accesi critici. Potremmo andare avanti così su quasi ogni argomento dello scibile politico. Capite bene che per realizzare l’unificazione di una tale area non basta L‘Uomo della Provvidenza, ci vorrebbe la Provvidenza in prima persona. 
Quindi se non impossibile diciamo che questa è una prospettiva altamente improbabile, ma, quand’anche dovesse realizzarsi sarebbe inutile in quanto durerebbe lo spazio di un respiro. E’ un fenomeno che è ben conosciuto dalla sociologia e dalla storia delle religioni, in particolare del mondo Protestante. Il Protestantesimo nasce ufficialmente nel ‘500 proponendosi come movimento di risveglio e di rinnovamento di una Chiesa Cattolica che si sarebbe eccessivamente, a dire di alcuni, sclerotizzata nella sua istituzionalità. Con il passare del tempo anche le diverse confessioni protestanti, nella misura in cui hanno avuto successo, si sono però istituzionalizzate e compromesse con il potere mondano. Sono nati allora, alla periferia di questa galassia, dei nuovi movimenti che staccandosi dalle confessioni tradizionali proponenvano un ritorno alla purezza delle origini e una rivoluzione anti-istituzionale. Questi movimenti, se riescono a radicarsi, iniziano anche loro un cammino “verso il centro della galassia” e a loro volta vedono staccarsi dai loro margini dei nuovi “riformatori”  che perpetuano questo ciclo di eterna “riforma”. Più di recente, e più italianamente, si è visto accadere la stessa cosa alla sinistra : ogni volta che il PC, o qualche suo epigono, ha assunto responsabilità di potere che facessero immaginare una cooptazione nel palazzo sono nati alla sua sinistra partiti di protesta radicale: Bertinotti, Vendola, Ingroia e via scindendo. Una cosa estremamente simile accadrebbe al soggetto nato dall’unificazione dell’area di destra. Il giorno dopo rinascerebbe la stessa pletora di movimenti, in versione 2.0, che accuserebbero i loro predecessori di tradimento e cedimento alla propaganda nemica.
Va bene che sia impossibile, va bene che sia inutile, ma perché mi spingo a dire che sarebbe addirittura dannosa ? Lo faccio, un po’ provocatoriamente, in ragione di  quella mancanza di uniformità ideale della quale ho parlato sopra. Le alternative sarebbero solo due : o trovare l’improbabile comun denominatore, che sarebbe anche drammaticamente minimo, cancellando ogni caratteristica identitaria ; oppure parlare di questioni talmente distanti e simboliche da far perdere completamente il mordente politico. Anche questo lo abbiamo già visto : sugli antichi romani è abbastanza facile trovare un accordo.
Quello che, a mio modestissimo avviso, bisognerebbe fare in questo delicatissimo frangente non è una ri-unificazione, e neppure una ri-costituzione. Ritengo che una delle consapevolezze migliori che anima l’uomo strutturalmente di destra sia quella della continuità del cammino delle società verso quella frazione di bene comune che è possibile realizzare, la consapevolezza della responsabile fatica di questo cammino, l’onesta del riconoscere la costante presenza della tentazione e della caduta ma anche l’assoluta responsabilità di proseguirlo. Per questa ragione credo anche che i termini “Rivoluzione” e “Destra” noon siano compatibili, almeno come categorie culturali.  Quello che, sempre secondo me, bisogna fare con la destra politica italiana è un processo di ri-costruzione ripartendo dalle fondamenta, dal materiale, soprattutto umano, necessario per il nuovo edificio. E’ un percorso che, mi rendo conto, non soddisfa la frenesia a cui ci ha abituato la vita politica italiana e neppure i desideri di rivalsa o di presenza di buona parte della classe dirigente attuale. Certo non aiuta il susseguirsi frenetico delle scadenze elettorali in pendenza delle quali la riflessione viene forzatamente, e comprensibilmente,  sospesa per fare posto a pendenze organizzative e propagandistiche.  Tuttavia è un passaggio che bisogna copiere per noi e per le generazioni future. In questi casi si è soliti evocare l’immagine della “traversata del deserto” ; io trovo molto più aderente al reale quella della parete da scalare per arrivare in vetta (sono figlio di un vecchio alpinista). In parete non serve solo resistenza e spirito di sacrificio, che per il deserto sono sufficienti, serve consapevolezza della via migliore, strumenti adatti, preparazione tecnica più che atletica. Se nel deserto la soluzione migliore è tirare diritto in arrampicata serve la capacità di capire quando è ora di cambiare strada, quali ostacoli affrontare e quali aggirare e , cosa spesso trascurata, a quali compagni legarsi in cordata. Sia nel deserto che in montagna è comunque essenziale non farsi prendere dal panico e dall’ipercinesi. Una tentazione, assolutamente genuina e onesta, per quello che mi posso permettere di giudicare, ma probabilmente dispersiva, che sento in molti interventi è quella di chi vorrebbe inseguire Grillo tentando di superarlo sul suo stesso terreno. Ci si illude che, visto che lui dicendo una qualunque stupidaggine urlata e imprecata, fa il 25 %, se noi dicessimo due stupidaggini urlando  e imprecando il doppio faremmo il 50%. Non è così nei fatti e, quand’anche fosse così, la nostra responsabilità di uomini e donne di destra non ce lo consentirebbe : noi siamo gente che prima si chiede se una cosa è giusta o sbagliata nell’ottica del bene comune e poi, a seconda del giudizio che viene dato sulla base di una coscienza adeguatamente formata, decidiamo di praticarlo nella politica ( o, almeno, così dovrebbe essere ). 
Nel momento in cui attribuiamo al M5S la rappresentanza della protesta nel suo complesso non solo gli regaliamo noi stessi il palco dal quale ci insulta ma commettiamo anche una grave ingiustizia verso quella parte di cittadinanza che è animata da sana indignazione ma, responsabilmente, non la esprime nei farneticanti termini Grillino-Casaleggesi. Una politica vicina ai problemi della gente, come da tante parti sento auspicare, non è una politica che cataloga i casi umani estremi e pretende di far pagare il doveroso sostegno agli ultimi semplicemente ai penultimi  C’è tanta gente in Itallia che con fatica, responsabilità, discrezione, senso del dovere e dell’appartenenza manda avanti l’azienda, lo studio professionale, il negozio e il banco al mercato. C’è una quantità di lavoratori che si alzano tutte e mattine e vanno al lavoro orgogliosi di svolgere il proprio compito nell’interesse proprio e della propria famiglia ma anche dell’azienda o dell’ufficio, senza avere come unico scopo quello di smettere il prima possibile.  Vi sono giovani e meno giovani, uomini e donne, che servono o si arruolano nelle forze armate, di polizia, della protezione civile, certi di riceverne in cambio non solo uno stipendio (pure basso) ma anche la soddisfazione del dovere svolto. Ci sono disoccupati, precari e cassaintegrati che tremano insieme ai propri datori di lavoro per le sorti incerte del loro posto di lavoro, e viceversa.
Questa gente, in realtà, non chiede molto al paese e alla politica. Chiede di poter fare impresa, commercio, libera professione senza presunzione di colpevolezza. Chiede di poter lavorare senza essere arruolata forzosamente in una delle schiere dello scontro sociale. Chiede di poter vivere in sicurezza nella propria città. Chiede di non essere continuamente mortificata nella fierezza del proprio Paese. Chiede un mondo politico “normale”, serio e onesto quel tanto che basta per occuparsi anche del paese oltre che dei fatti propri. Chiede e pratica educazione decoro e rispetto da e per gli uomini delle istituzioni.  In mezzo a questa che in altri tempi avremmo chiamato “maggioranza silenziosa” ci sono figure che emergono per interesse, capacità e desiderio di svolgere un ruolo politico maggiormente attivo e che spesso vengono percepite dai partiti tradizionali come “invasori di campo”. Molti la chiamano “società civile”, a me il termine non piace perché dietro a questa etichetta ho visto in questi anni nascondersi interessi e poteri non sempre ed esattamente genuini. 
La costituzione di una nuova destra politica deve partire dalla volontà e dalla capacità di attirare e raccogliere questa parte umilmente nobile del paese attorno a programmi e uomini che lo rappresentino dignitosamente.