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Lezioni Maliane

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Lezioni Maliane

Una grande novità percorre in questi giorni quei corridoi laterali e sotterranei della politica italiana nei quali è stata relegata quella Cenerentola un tempo chiamata Politica Internazionale : abbiamo scoperto il Mali.
Certo, nulla di paragonabile alla caccia al latitante Corona, comunque almeno si parla un pochino di Africa . Avete presente ? Quell’incidente geografico capitato casualmente fra America, Europa ed Asia, grande 30 milioni di km2, dove sulle vecchie cartine c’era scritto “hic sunt leones” e che invece, spariti molti leoni, è oggi popolato da circa un miliardo di persone e possiede probabilmente le più grandi superfici di terre coltivabili e le più grandi riserve di materie prime del mondo. Quell’Africa della quale un Capo di Stato europeo disse, fuori onda e qualche anno or sono, che se sparisse stanotte i mercati domani non se ne accorgerebbero nemmeno. Ebbene per pezzettini di quell’Africa solo nell’ultimo anno l’Europa è stata chiamata ad almeno due interventi militari visibili. Fuor di polemiche e battute vediamo quali lezioni è possibile trarre dalla vicenda che ha visto la “presenza attiva” di paesi europei, in primo luogo la Francia, in Mali nelle ultime settimane.

La prima lezione potrà sembrare “fuori tema” ma è forse la più utile : visto che da molto tempo l’attenzione del mondo politico italiano, e non solo, è ripiegata su se stessa con un orizzonte visuale che, quando va bene, va da un’elezione all’altra, sfruttiamo almeno il contributo di chi la cosiddetta attività di “human intelligence” la fa da circa duemila anni e pure bene : la Chiesa Cattolica e il suo Magistero. Se questo fosse successo in passato qualche avvisaglia sui problemi che stavano emergendo nella regione avrebbe potuto essere offerta all’opinione pubblica italiana. Nel marzo del 2009 Benedetto XVI ha compiuto un viaggio apostolico in Camerun e Angola con l’esplicita intenzione di consegnare l’intrumentum laboris per il sinodo della Chiesa Africana che si sarebbe svolto di li a poco. Nel documento e nei discorsi che hanno accompagnato il viaggio è stato molto ben sottolineato un problema endemico degli attuali stati africani : il combinato disposto della corruzione locale e dell’ingordigia internazionale, che mira a spogliare l’Africa delle sue enormi ricchezze dando poco o nulla in cambio, crea una situazione di degrado economico politico e morale enorme. Questo degrado allontana i pololi dalle istituzioni e genera un grande vuoto politico e sociale. E’ poi così stupefacente che l’Islam ultra-fondamentalista con il suo messaggio integrale, populista e puritano, si infili in questi vuoti e ne abbia in cambio quel radicamento territoriale che cerca da sempre ? Ovviamente di tutto questo l’opinione pubblica europea non ha praticamente avuto notizia perché su quel viaggio i giornali riportarono una sola notizia : le feroci polemiche scatenate, in particolare da diplomatici francesi, su di una sola frase pronunciata dal Pontefice conversando con i giornalisti, durante il viaggio di andata, circa l’inefficacia del profilattico a contrastare la diffusione dell’AIDS. Sulla riflessione circa i destini di un intero continente neppure una parola; sulla banale costatazione, ben nota ad intere generazioni di ragazze madri e ragazzi padri, che i preservativi ogni tanto si bucano, fiumi di inchiostro. E potremmo proseguire con innumerevoli citazioni dei discorsi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, dall’Esortazione Apostolica Ecclesia in Africa del 1995 alla Africae Munus del 2011. Un magistero e un’attenzione costante che ha saputo leggere tra le righe della complicatissima storia umana di queste tormentate regioni e che costituisce uno strumento di comprensione indispensabile.

La seconda ci riporta al lato umano, troppo umano, della storia. La natura della guerra è profondamente cambiata negli ultimi decenni e questo mutamento si esemplifica esattamente con la particolarissima natura della “guerra al terrorismo e all’ultra-fondamentalismo islamico” che l’Occidente si trova combattere, sempre che la voglia combattere. Pochi in Occidente hanno colto la radicale novità introdotta dal concetto di Guerra Asimmetrica, pure tanto usato ed abusato. L’asimmetria non è fatta solo di quantità di forze in campo ma riguarda lo scopo e quindi la natura stessa della guerra. Non è guerra di conquista, è guerra di ostacolo ai piani del nemico, di contenimento, di propaganda, di azioni mirate. Gli strumenti non sono più i carri armati ma il ridotto numero di forze speciali, gli agenti sul campo, i droni nel cielo, la rete di comunicazioni, di supporto logistico, la rapidità di inserimento e uscita. Questo tipo di guerra ,ripeto, sempre che la si voglia combattere, richiede anche una configurazione politica diversa. Non viene mai dichiarata e nel tempo occupato da un dibattito parlamentare è già probabilmente finita. Se L’Italia e l’Europa ritengono di dover impiegare questo strumento devono dotarsi anche degli strumenti istituzionali e politici idonei, sul piano decisionale, a garantire allo stesso tempo la democraticità della decisione e la congruità dei tempi. E’ uno degli aspetti meno citati ma non meno indispensabili di quella riforma in senso presidenzialista che la destra italiana invoca dai tempi di Almirante. Molte possono essere le modalità e non sono in grado di indicare la migliore, posso, però, indicarne una certamente sbagliata : quella messa in campo in questi giorni dal Governo Italiano circa il supporto logistico alle operazioni anglo-francesi in Mali. Discussione parlamentare, voto, approvazione dell’ODG favorevole alla missione, nuova consultazione ( non si campisce in che forme e perché ) tra Monti e “i capi dei maggiori partiti” (sic) con annuncio finale, very tecnico naturalmente, da parte del Presidente del Consiglio in carica che non se ne farà nulla perché “i partiti sono contrari”(sic), successiva ridda di smentite e conferme da parte dei suddetti organi di partito. Ecco ! Tanti sono i modi possibili ma questo no.

La terza riguarda gli equilibri internazionali. Difficile dare torto agli euro-scettici che sottolineano come l’Europa sembri unita solo quando si tratta di massacrare i suoi popoli che il rigore contabile e niente altro. La Francia è partita, come al solito, da sola; la Gran Bretagna ha seguito di li a poco o forse era già li; la Germania, non potendo aprire a breve una concessionaria Volkswagen, ha pensato bene di stare a casa; dell’Italia abbiamo già detto; tutti gli altri se ne sono fregati. Questa è l’Europa sul cui altare dovremmo sacrificare la sovranità nazionale conquistata a prezzo del sangue e dei sacrifici dei nostri padri. Ma la lezione non è tutta qui. Dopo pochi giorni anche quelli che sono partiti in quarta hanno dovuto cominciare a fare frenetiche telefonate negli USA perché trasferissero rapidamente in zona quegli strumenti dei quali ogni volta che si tratta di comprarli tutti dicono che non servono a nulla e poi, quando non ci sono, si scopre che senza di essi non si riesce neppure a dare la caccia a una banda di Tuareg ( ovviamente con tutto il rispetto per questo fiero popolo del deserto). Parliamo di droni di ultima generazione, aerei cisterna per il rifornimento in volo, sorveglianza satellitare, etc. Gli Usa hanno risposto, ma la lentezza e lo scarso entusiasmo, neppure celato, ci dicono che sono, giustamente, un po’ stufi di pagare il taxi per tutti. Suggerirei ai futuri parlamentari di tenerlo presente quando voteranno i prossimi budget della difesa. La destra italiana deve in questo settore fare la sua parte senza paura dell’impopolarità ( molto presunta ) di decisioni lungimiranti a tutela del ruolo del nostro paese sullo scenario geopolitico.

Quarto: sembrerà banale, ma al nostro paese serve una strategia politica internazionale che sia in grado di collocare i singoli interventi sullo scacchiere mondiale nell’ambito di un piano consapevole. Ma come ? mi direte, non c’è ? No, dobbiamo, con tristezza, dire che non c’è, o, se c’è, io non l’ho capito. E, forse, non sono l’unico. Continuiamo a inviare e finanziare missioni in tutto il mondo su richiesta di chiunque, i nostri soldati sono fra i più stimati al mondo, ma il nostro ruolo politico-diplomatico è invece tra i più marginali, e i vantaggi che sarebbe lecito attendersi dai sacrifici sono pressoché nulli. La percezione italiana della globalità si spinge al massimo fino a Bruxelles e, anche li, con pochissima incisività. E’ chiaro che il fronte caldo in questo momento è quello economico, nessuno lo nega, ma la politica italiana deve rendersi conto che nel mondo globalizzato la crescita passa anche per relazioni e posizionamenti internazionali espansivi e chiari fatti di presenze, accordi, interessenze dal risvolto economico non immediato ma sicuro. La crescita è fatta anche di un po’ di capacità di perseverare nel proprio piano resistendo alle pressioni di “amici” non sempre disinteressati. La passività con la quale si è rinunciato all’unica strategia internazionale posta in essere da alcuni decenni a questa parte, quella berlusconiana di un asse con la Russia di Putin, fatta naufragare fra critiche feroci e barzellette, la dice lunga sulla volontà sia del centro di Monti che della sinistra di Bersani di curare gli interessi internazionali di lungo termine del nostro paese.
Tante altre sarebbero le riflessioni che si potrebbero fare partendo dal relativamente piccolo caso del Mali, ma una su tutte mi preme farne una, in conclusione : nei cinque minuti che passano tra una salita e una discesa dello spread la destra politica italiana si prenda il tempo di riflette anche su questi temi. L’alternativa, senza catastrofismi, potrebbe essere quella di dover lasciare ai nostri figli interessi sul debito bassissimi ma anche il frigorifero vuoto e la macchina a secco in un quadro dove il terzo mondo rischiamo di essere noi.